Può un villaggio disabitato avere il suo coro?

Scorcio Stramare

Scorcio di Stramare

Stramare è un borgo del Comune di Segusino, sulle Prealpi Trevigiane, adagiato a 420 m sul fondo di una valle che sale fino sul monte Doch, a 1394 m, dal quale è possibile ammirare le Vette Feltrine a Nord e scorgere la Laguna di Venezia a Sud.

All’inizio del Novecento il paesino contava anche 140 abitanti e fino a poche decine di anni fa, pur nel progressivo calare di residenti, continuava a vivere come una grande famiglia in una sua particolare forma di autonomia tendente all’autarchia, con la chiesetta di San Valentino, la scuola elementare con una pluriclasse, l’osteria, la festa patronale, le usanze e le superstizioni, la socialità nei filò di stalla, la solidarietà e la cooperazione, la saggia divisione di compiti con accordi mai scritti ma ufficializzati nel tempo, i suoi canti tradizionali…

Oggi, Stramare non ha più abitanti. Dopo una storia plurisecolare, iniziata con un insediamento di carbonai forse provenienti dall’Istria all’inizio del Seicento, attirati dalla presenza di boschi e di acqua buona e perenne, oggi vi è solo la saltuaria presenza dei  proprietari di case suddivisi fra originari e villeggianti.

Bepi De Marzi, nella sua La contrà de l’aqua ciara, esprime in musica e versi la nostalgia, l’amarezza e contemporaneamente la voglia di non dimenticare la vita di questi borghi dove i bambini non giocano più e i camini hanno ormai smesso di fumare…

Ma, per secoli e fino al 1951, un gruppo misto per età e sesso ha continuato a scendere dal borgo, preceduto da un piccolo lume ad olio, e girava fra gli altri colmelli annunciando in musica l’arrivo del Natale. Nel 2008, quell’antico canto – La nòte santa – è stato eccezionalmente recuperato nella memoria del più giovane di quell’ultimo gruppo ed è stato riproposto nel Natale dello stesso anno, da una cerchia di appassionati, proprio nella chiesetta di Stramare.

Quella è stata la scintilla e questo attuale, del Coro di Stramare, il contributo per ricordare e far rivivere con l’incredibile suggestione della musica un delicato borgo disabitato.